Diario di viaggio: benvenuta agli Hunger Games

Non è passato molto tempo da quando ho annunciato l’uscita del mio romanzo d’esordio. I motivi che mi hanno spinta ad autopubblicarmi sono molteplici e mi riservo la stesura di un altro post per sciorinarli a dovere. Anche perché, e qui lo affermo senza riserve, io all’autopubblicazione non credevo; la criticavo, invero, e lo facevo con una certa durezza. Va detto fossi molto giovane (quindi con molte meno conoscenze a disposizione) e stessi vivendo il suo sorgere straripante in un periodo storico piuttosto caotico nel mondo dell’editoria. Ma di questo, come ho detto, scriverò in un altro momento. Anche perché se è vero che oggi io riconosca senza alcun problema i benefici del selfpublishing, altrettanto vero è che non escluda a priori l’idea di pubblicare e lavorare con una casa editrice in futuro, prossimo o meno che sia. Ci sono splendide case editrici, splendidi professionisti del settore editoriale pronti a tirare fuori il meglio dai propri autori, e sarei davvero felice un giorno di potermi appoggiare a loro per far nascere le mie storie.
Ciò detto, però, ora voglio raccontarvi di un fenomeno abbastanza irritante verso cui mi sono spesso affacciata nelle vesti di lettrice e che adesso mi ritrovo a vivere da esordiente: la guerra tra le self del romance.
Messa in questi termini vagamente drammatici potrà anche strapparvi un sorriso – io stessa sento le labbra piegate in un ghigno in questo momento –, ma vi assicuro che la guerra tra autori, specialmente tra quelli self, specialmente tra quelli del mondo romance, esiste. Ed è una di quelle battaglie tutte social che spesso sfociano nella mortificazione di intenti.
Amabile inferno, il romanzo con cui mi accingo ad esordire, attualmente è stato letto da pochissime persone e ha ricevuto sostanzialmente dei buoni feedback (sono decisivi? Assolutamente no, ma è innegabile mi abbiano fatto piacere). Benché la trama ufficiale non sia ancora uscita, non ho mai nascosto che il fulcro principale della storia fosse la relazione clandestina tra un prete cattolico professore di liceo e la sua allieva appena maggiorenne.
Ebbene, c’è già chi (e parlo di gente di cui so davvero poco e nulla), sulla base di questi pochi elementi a disposizione, il mio romanzo lo ha bollato con un mezzo plagio (di cosa? Di Uccelli di rovo? Se scrivessi di un mago starei automaticamente plagiando Harry Potter?), gonfiato da non si sa bene quale cricca segreta (ho un fanclub e non ne ero a conoscenza?) e via discorrendo, fino a menzionare le mie vicissitudini personali (che non conoscono realmente, avendo solo letto stralci dei miei post virtuali).
La cosa mi tocca nel profondo? In realtà no.
Il web è spesso un cortile condominiale dove qualsiasi idiota può sentirsi re o regina di una corte di idioti e dare corpo a polemiche sterili. Ciò tuttavia mi ha condotta a riflettere: l’esordiente è spesso visto come una minaccia. Di cosa? Non l’ho ben compreso. I lettori non si possono rubare. Il lettore, per definizione, appartiene ai libri, non al singolo autore.
Quando ho partecipato al RARE, la convention dedicata agli autori romance internazionali e non, in qualità di assistente autrice, ho avuto il piacere di pranzare accanto a Claudia Connor e tra tante altre grandi autrici bestseller del New York Times. Ho perciò chiesto alle mie commensali, spinta dalla curiosità, se ci fosse una sorta di aspra rivalità fra di loro, e loro molto pacatamente mi hanno risposto che, no, è piuttosto difficile che negli Stati Uniti o nel Regno Unito gli autori bisticcino, non solo per una questione di tempo, ma anche e soprattutto per una questione di professionalità. Hanno poi aggiunto di aver percepito tra le loro colleghe italiane tensioni e pettegolezzi senza che queste ultime tentassero di nasconderle. Anzi, probabilmente ne andavano fiere. Della serie: se ringhio, avranno timore di me, l’autrice guerriera, protettrice della SIAE e della sintassi, sacra vestale dell’originalità e dei manzi su copertina con didascalie tonanti come nemmeno la voce di Luca Ward durante Ulisse.
Ma no, dico io. Se ringhi sul nulla hai bisogno di uno psicofarmaco o dell’antirabbica, perché nutri evidenti problemi mentali – mia nonna invece a questo punto direbbe: “Se dovemo fa’ sempre riconosce’”.
È una roba triste, quella che osservo tutti i giorni sulla mia home di Facebook, mio malgrado: gruppi e sottogruppi dove sussurrano cose come nemmeno i serpenti a un giovane Tom Riddle; frecciatine discrete come un post su Instagram pubblicato da Chiara Ferragni (che ci guadagna sopra almeno, e fa benissimo se vuole guadagnarci e qualcuno la paga per farlo); alleanze talmente instabili da far impallidire Bruto e Cassio.
Le recensioni su Amazon diventano vere e proprie armi di distruzione, i blogger letterari dei finanziatori bellici, i like sui post dei veri e propri patti di non belligeranza.
E tutto per cosa? Per quel fenomeno che pensavo regalato agli anni di asilo ed elementari: «Io sono più meglio di te».
Questo è così tragico e così comico al tempo stesso da lasciarmi indecisa. Vorrei riderne e vorrei piangerne. Ma siccome ho soprattutto voglia di godermi questi momenti, io lo dichiaro già qui ed ora: me ne tiro fuori.
Non ho cricche, non amo le polemiche inutili e mi vendico solo se mi rubi metà dessert al ristorante.
Tutto il resto è noia.
E forse anche un po’ merda.

 

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