La solitudine delle variabili Lady

Ripetiamo insieme: siamo tutti sostituibili.
Ripetiamolo ancora.
Bene, ora possiamo cominciare.
Presente il detto “Piove sempre sul bagnato”? Ecco, avreste un quadro della giornata di oggi: mi sono ritrovata ad avere a che fare con quelle polemiche in pieno stile demenziale che tanto care sono al mondo degli esordienti. Ho ricevuto attacchi sulla mia persona nel modo più idiota possibile – tramite una recensione su Amazon –, cercato di digerire la cosa e poi, d’un tratto, parlando di tutt’altro, eccola lì, la verità, quella verità che mi sono sforzata di non vedere e di far finta fosse un sussurro della rabbia: siamo tutti sostituibili.
Sono stata bellamente sostituita.
Perché sono una variabile.
Non che ormai trascinassi dietro di me molti dubbi in merito, intendiamoci: se nutri per qualche anno un’amicizia e di tanto in tanto ti vedi messa da parte – variabili arbitrarie – qualche dubbio prima o poi ti deve venire. E non importano i progetti fatti, il sogno di quelle esistenze che mica potevi dividerle, ormai, perché certi nodi credevi li sciogliesse solo Alessandro Magno, le chiacchierate a notte fonda, la professione di un sentimento che va al di là di tutti gli amori, che li contiene tutti, che va al di là del sesso; davvero, non importano, perché alla fine io, la Lady, son stata una variabile.
E vorrei tanto andarmene, sapete? Andarmene, sì. Dov’ero destinata ad andare: a vivere il mio sogno edimburghese. Non adesso però, adesso non posso.
Le variabili a volte si spezzano e hanno bisogno di tempo per ricostruirsi.
Ma vorrei andarmene, e non perché non ami casa mia, ma perché sto crescendo e sta arrivando il momento di andarmene, di vivere la vita che mi assomigli sul serio. Sogno di andarmene a Edimburgo, una casa col lucernario, scaffali fitti di libri in salone, lucine a led intorno alla testiera del letto, una toeletta, un gatto, magari uno Sphynx, un gatto Sphynx e il sorriso: il sorriso delle vittorie.
Vorrei andarmene e strapparmi di dosso questa tristezza, gli abiti della variabile, opachi, pronti a mimetizzarmi contro pareti d’indifferenza che si stagliano come torri. Vorrei andarmene e riprendere la gioia di credere al bello, il desiderio di riabitarmi come la Lady – quel soprannome che tanto hanno amato affibbiarmi – era solita abitarsi: finto distacco delle poesie dimenticate, brace negli occhi che sa di ambizione.
Vorrei andarmene, dimenticare quei giorni orrendi di settembre, fatti di solitudine e agonia. Vorrei andarmene, con l’amore per la casa in cui sono cresciuta, e la voglia di costruirne una con altrettanto amore. Sarebbe bello, sì, potessi andarmene subito, e dimenticare i torti, e dimenticare di essere stata una variabile, che siamo tutti sostituibili, che non c’è niente che farà più male di questo, perché essere uno fra tanti ti fa sentire invisibile e sentirti invisibile a volte ti porta quasi a chiedere se tu non sia frutto della tua stessa voce.
Forse un’eco delle voci passate.
Ma io sono qui, e stringo i denti. Ho le lacrime agli occhi e un pugno allo stomaco, con la testa che scoppia per la consapevolezza di essere stata nemmeno troppo lentamente sostituita. Come tutte le variabili. In testa ho una delle canzoni popolari in gaelico scozzese più famose di sempre: Mairead Nan Cuiread.

Tha mulad, tha mulad
Tha lionn-dubh arm fhéin
Hì rì hoireann ó, hì rì hoireann ó
Tha de mhingin air m’aire
Nì nach aidich mo bheul
Hì rì rì rì o ho, roho hì hoireann ó

Sadness, sadness
Deep melancholy is mine
Hì rì hoireann ó, hì rì hoireann ó
There’s much despair in me
That my mouth can’t confess it
Hì rì rì rì o ho, roho hì hoireann ó

E allora mi lascio cullare.
Mi lascio cullare verso casa, come una Lady delle ballate, coperta di nulla se non di se stessa: piena di scelte.
E tutte sue.

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