Le parole degli altri: i libri che ho amato

Le parole degli altri.
Rubo il titolo alla traduzione italiana del romanzo di Michael Uräs, Aux petits mots les grands remèdes, uno dei libri più apprezzati del mio 2017, perché oggi desidero parlare di alcuni dei libri che ho più amato, per questa o quella ragione, e che in qualche modo significano qualcosa di importante. Non sono mai stata brava a fare recensioni e temo non lo sarò mai, ma ho sempre ambito a possedere uno spazio dove parlare delle mie letture e penso che, all’occasione, ora che finalmente ne ho uno, proverò anche a recensire o argomentare qualcuna di quelle future.

Voglio iniziare citando Jane Eyre di Charlotte Brontë, quello che definisco il mio romanzo preferito. Lo lessi per la prima volta a quindici anni, comprando un’edizione vintage su un banco di libri in svendida, con la costa rigida e un po’ barocca. Quando lo acquistai non avevo idea che questa storia mi sarebbe entrata nel cuore, ero perlopiù stata attratta dalla copertina, ma mi sentii quasi subito in sintonia con Jane: percepivo, come lei, di essere fuori posto, bruttina eppure piena di vita, una vita tale da spremermi il corpo. E poi mi infatuai quasi subito di Mr Rochester, con quei suoi modi un po’ criptici e un po’ tracotanti, e al tempo stesso esilaranti, con quella sua dialettica insidiosa e sensuale. Ricordo di essere rimasta impressionata dalla modernità di un simile romanzo (considerate che la prima edizione uscì nel 1847) e alcune delle sue frasi mi avevano quasi fatto provare l’amore, senza che la me quindicenne l’amore si fosse mai avvicinata a viverlo sul serio.

Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà, che ora esercito lasciandovi.

Ciò che però ho più amato di questo libro è stato l’avermi insegnato qualcosa di profondamente drammatico eppure formativo per una quindicenne: l’amore non basta, se ci costringe a rinnegare noi stessi. Pur amando Mr Rochester, infatti, Jane a metà romanzo lo lascia, perché non può accettare un amore clandestino con un uomo già sposato, non può accettare che lui le abbia mentito e che volesse sposarla con l’inganno. Lo amava, sì, ma non le bastava. Non le sarebbe bastato solo l’amore per essere felice. Ovviamente, se non l’avete letto, ve lo consiglio, anche perché non scriverò qui come finisce. Vi basti solo sapere che all’epilogo sorridevo.

Il secondo romanzo di cui assolutamente voglio parlare è Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli.
È ambientato tra Parigi e Milano e racconta l’evoluzione di Libero Marcel, che all’inizio del romanzo è un quasi adolescente e che alla fine del romanzo si è trasformato nell’uomo che forse non credeva di diventare. Lo lessi quasi cinque anni fa, e ricordo di essere stata travolta dall’introspezione profonda del personaggio di Libero, perché entrare nel suo cervello e sentirlo ragionare sul sesso e sui sentimenti mi ha spesso illuminata e altrettanto spesso confusa, proprio come lui, mentre si accingeva a scoprirne sempre di più sulla vita.

L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.

Non so esattamente quale fosse il preciso intento di Missiroli: se far interrogare o se permettere di osservare qualcuno interrogarsi, ma il suo stile mi ha ipnotizzata e, lo confesso, non ho ancora letto altro di lui, perché sono ancora troppo legata a Libero per farlo.

Il terzo romanzo che nomino è Trentatré di Mirya.
Trentatré, come tutti i romanzi di Mirya, è stato autopubblicato su Amazon (e lo trovate solo su Amazon, proprio qui), e penso non si possa evitare di menzionarla quando si tocca l’argomento self di qualità, ma, a parte questo, tra tutti quelli che ha scritto è quello che giudico il mio preferito ed è sicuramente uno di quelli più significativi che ho letto da quando ho imparato a farlo.
Come alcuni di voi sapranno, io non ho nulla contro le protagoniste bellissime, d’altronde le donne bellissime e gli uomini bellissimi esistono, secondo i canoni più vari di ognuno, quindi non è certamente un personaggio esteticamente bello a disturbarmi, quanto la scelta della bellezza, maschile o femminile che sia, come veicolo di una storia fine a se stessa.
Lui la nota perché bella. Lei lo nota perché bello.
Benissimo.
Ma poi? Poi che altro? Perché personalmente non riuscirei a sopportarlo troppo a lungo un uomo bellissimo se poi percepissi di avere un livello di conversazione più intenso con il mio scaldabagno. Naturalmente è un’opinione personale, ma questo spiega il mio rapporto con i personaggi fighi senza null’altro a parte la loro figa essenza.
Grace, la protagonista di Trentatré, è indubbiamente bella fuori, una di quelle fighe stratosferiche che addio, ma lo è ancor di più dentro. È un personaggio che ti parla dolcemente e che ti risuona in testa anche quando smetti di pensarci, uno di quelli che la vita non te la insegna ma prova a buttartici dentro, uno di quelli che ti fa un po’ riappacificare con la rabbia e con la tristezza. E poi c’è D. D come Dio. Perché Dio è essenziale in questo romanzo. Non solo perché è il Creatore Di Tutte Le Cose, comprese mele di ogni sorta, ma soprattutto perché, con un’ingenuità paradossale che potremmo definire solo divina, ti illustra ciò che prima reputavi difficile comprendere e che improvvisamente pare facilissimo.

«Lo sai perché ho creato il desiderio?»
Si era quasi dimenticata della presenza di D e rispose sovrappensiero: «Per garantire la riproduzione del genere umano?»
«Ma no, per quello sarebbe bastato mandarvi in calore come gli animali. E non spiegherebbe gli omosessuali.»
Si voltò a guardarlo, incuriosita dall’evolversi della conversazione. «Molte religioni sostengono che tu non accetti l’omosessualità…» lo provocò con uno dei pregiudizi che aveva sempre detestato.
«E perché mai l’avrei creata, allora? Io non faccio errori. Beh, tranne la questione della mela, ma si è trattato di un fraintendimento. E qualche problema con i vegetali e altri animali, ma mai con voi. No, io ho creato tutti i tipi di desiderio, eterosessuale ed omosessuale, e sai perché?»
Grace alzò le mani in segno di resa, attendendo la risposta e iniziando in cuor suo a pensare che D non sarebbe stato affatto male come Dio. Forse, all’alba dei tempi, avrebbero dovuto fare delle libere elezioni. O almeno delle audizioni.
«Per farvi riconoscere. Mi sembrava un buon sistema, al tempo, anche se ho avuto dei dubbi già con la storia di Davide e Bestabea…»
«Riconoscere?»
«Tra anime compatibili. Il primo indizio è il desiderio. È quando è anche l’unico, che le anime non sono compatibili, proprio come nella storia di Davide e Bestabea.»

Debbo avvertirvi però: la conoscenza ha sempre un prezzo.
Per Eva quella diamine di mela ha significato l’esilio, per voi Trentatré potrebbe significare una spasmodica voglia di gelato, alcol e benzodiazepine a fine lettura (non necessariamente in quest’ordine), ma una cosa posso quasi promettervela: ne varrà la pena. E poi, come dice Freud Ignorante: la paura fa novanta… pe’ la seduta famo ottanta.

Arriviamo alla serie Peccato Originale di Tiffany Reisz.
Chi mi conosce bene sa quanto questa serie abbia significato per me. Non solo perché la realtà espressa nella sessualità di alcuni personaggi di questi libri, che vivono appunto il BDSM, è una realtà che ho spesso menzionato per numerose ragioni, personali e non, ma soprattutto perché sono stati questi libri a riaccendere una piccola scintilla vitale nel periodo più buio della mia Prima Depressione (come tendo a chiamarla), quando mi ero isolata dal mondo, fisicamente ed emotivamente, senza che nulla potesse fare breccia in quel vuoto assoluto che nutrivo e covavo con una sorta di apatica incuranza.
Non per nulla, infatti, il mio Manfredi in Amabile inferno è un prete. Sapevo che il suo maggior impedimento nel vivere l’amore di Melania non sarebbe stato solo il suo essere l’insegnante, ma che ci sarebbe stata anche una componente spirituale decisiva. Manfredi è un prete un po’ perché è nato così e un po’ perché, in maniera forse nemmeno troppo sottile, ho voluto lasciare un tributo alla Reisz. A parte ciò, tuttavia, Manfredi e Søren sono due uomini e due preti molto diversi. In comune credo abbiano solo il collarino ecclesiastico.

Love is an open wound that you hope never heals.

È una serie che stravolge sentimenti e convinzioni. E ho amato il modo in cui la Reisz è riuscita a mescolare una sessualità estrema con la spiritualità più profonda dell’essere umano.
E comunque: viva il re.

Per oggi la chiudo qui, anche se di libri significativi per me ne dovrei citare molti, tra cui Il Piccolo Principe, ma rischierebbe di diventare un articolo infinito e mi riservo di riparlarne in futuro. Spero, se non altro, di averti dato qualche dritta libresca per un potenziale regalo di Natale.

E voi? Quali sono i vostri libri significativi?

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