“Self? No, grazie!”

Per la serie: a volte ritornano, o riflessioni di un’aspirante, ma eccomi qui.
Alla fine ho deciso di scriverlo.
Questo non è un post di “denuncia”, forse possiamo parlare di riflessione, ma comunque: in Italia, se ti autopubblichi, non hai scritto nulla.
Più o meno è così che ti senti – o che dovresti sentirti – quando, dopo aver contattato l’ennesimo circolo letterario – o associazione culturale, o usate il nome che preferite – per permettere ai lettori che te lo chiedono da un anno e passa di farti viva per un firmacopie, ti senti rispondere che “no, non accettiamo autopubblicati per le presentazioni letterarie”, pure se assicuri che gente ne porteresti, che le consumazioni verranno fatte, che insomma, non parlerai a una trentina di sedie vuote con una bottiglia di gassosa in mano. Ma no, ti dicono, “per rispetto alle case editrici (è la risposta più ricorrente), non accettiamo autopubblicati.”
Intendiamoci, non sto puntando il dito contro nessuno in particolare, anche perché: locale tuo, regole tue. Però qualche domanda mi è sorta.
La prima: che cosa si intende per “rispetto alle case editrici”? Perché se io fossi venuta con un libro pubblicato da una casa editrice di serie c2 conosciuta solo in provincia di Lecco (un saluto a tutti i miei lettori leccesi, se ce ne sono!) sarei stata automaticamente idonea? Cosa mi avrebbe reso idonea? Il contratto editoriale? E allora: dove si colloca il nucleo centrale di una presentazione in tutto questo, e cioè il contenuto di un libro?
La seconda: perché parlare di presentazioni letterarie, denominarsi circoli culturali o letterari, se i libri autopubblicati vengono esclusi? Che vi piaccia o no, son libri. Magari brutti, magari belli, come tutti i libri. La cultura, tuttavia, è fatta di parola. Quindi anche di libri. Quindi anche di libri autopubblicati.
Piuttosto: capisco una cautelativa misura di valutazione da parte del circolo letterario – mandi il libro, te lo leggono, lo valutano interessante, si organizza. Altrimenti ciao.
E poi, sincera eh: magari i miei son davvero dei brutti libri, ma posso elencarvi almeno dieci libri autopubblicati – e sarei taccagna eh – che farebbero impallidire (per bellezza, per contenuti e, sì, anche per vendite) romanzi pubblicati da altisonanti case editrici che avranno venduto sì e no quindici copie: alla zia dell’autore, alla madre dell’editore, a una manciata di cugini dell’autore e, forse, pure al vicino a cui una volta l’autore ha prestato una girella antizanzare.

Prima che ve lo chiediate, siamo ancora una volta giunti al tema Editore vs Self?
Risposta: assolutamente no!
Io lavoro anche per le case editrici, sono un’editor e sono una traduttrice, e quindi, sì, sto anche dall’altra parte. So benissimo come funziona una casa editrice. So riconoscere una casa editrice seria da una che sembra essere rimasta alla concezione “blog MSN 2006” per contenuti e ufficio stampa. Il punto è proprio questo: l’editoria non è più solo “casa editrice”. Editoria ormai è un concetto fluido, e dell’editoria fa anche parte il mondo del self.
Piccola nota a margine, ma manco troppo: quando scrissi “Amabile inferno” non lo proposi a nessuno. Dopo aver meditato per qualche mese ho preso, ho deciso e mi sono organizzata per autopubblicarmi. Insomma, io ho esordito autopubblicandomi, e non come seconda scelta. Col tempo “Amabile inferno” si è fatto conoscere. Si è piazzato, da qualche parte, con mio sommo stupure. Ha pure venduto qualcosina (e i soldi mica ci fanno schifo, diciamolo). Sicché potrà essere considerato un romanzo orrendo o un romanzo meraviglioso, ma questo non spetterà mai a me dirlo: io l’ho scritto, mi è piaciuto scriverlo, c’è chi l’ha apprezzato e chi no. Questo è il mondo dei libri.

Dopodiché, apro un’altra parentesi: sapete che al RARE, la convention dedicata al genere Romance che si è tenuta a Roma nel giugno 2018 e a settembre 2019, perlopiù erano presenti autrici autopubblicate? E no, non sto parlando solo di autrici italiane, ma soprattutto di autrici statunitensi che – udite udite – hanno scalato le classifiche del New York Times! Insomma, NYT batte abbastanza il trafiletto sul giornalino Cioè, non vi pare?

Claudia Connor ed io al RARE ROMA 2018; lei è un’autrice self, in Italia è attualmente tradotta da Triskell e Hope Edizioni.

Io sono stata, in quelle due giornate, rispettivamente l’assistente personale di Claudia Connor (autopubblicata, tradotta in Italia da Triskell e da Hope) e di Thea Harrison (autrice edita da case editrici statunitensi e tradotta in Italia da Triskell).
Entrambe avevano pari prestigio, pari file con copie da firmare (a furia di fare spelling dei nomi in quei giorni ho quasi rischiato di tornare a casa con una lieve forma di dislessia) e soprattutto pari dignità.

Thea Harrison ed io al RARE ROMA 2019; Thea Harrison è un’autrice di fama mondiale, edita da diverse case editrici, in Italia è attualmente tradotta da Triskell (prima da Fanucci).

Perché negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania e in altri paesi europei un autore self è uno scrittore. E tanto basta. Se poi fa pena o no, questo esula dal modo in cui ha pubblicato i propri libri.

Allora mi dico: se parliamo di circolo letterario, di circolo culturale, forse dovremmo venire a patti con l’idea che anche l’Italia la cultura si è trasformata, che esistono altre forme di pubblicazione e interazione, che il “prestigio” una casa editrice se lo conquista per merito, tanto quanto un autore self, e non per un logo.

Anche perché molti eventi letterari ormai vedono gli autopubblicati tra gli invitati attesi.

So che aspettate da tempo un firmacopie: ve lo prometto, ci sarà. Non so come, dove o quando, ma ci sarà. Me lo state chiedendo da quando è uscito “Amabile inferno”, e io ne sono commossa.
Ciò detto, sarà anche un’occasione utile per parlare di editoria, e quindi di case editrici, di editing, di diritti, di tempistiche e tecnicismi, e questa sì, questa sì che è cultura.

Peccato che in Italia i pregiudizi sembrano circolare e avere la meglio ancora su tanti temi.

Share
20

Lascia un commento