Un segno

Il 22 settembre 2018, a pochi giorni dal mio ventiseiesimo compleanno, sulla mia pagina Facebook ho scritto questo:

“Ed è successo.
Senza accorgermene, a poco a poco, è tornata. Ieri non c’era ed oggi è di nuovo qui: la malattia di vivere.
“Depressione” è un termine troppo clinico perché riesca a descrivere appieno quel buco nero che si nutre di assenze: il sonno, la fame, i sogni.
Un paio di mattine fa mi sono svegliata con lo stomaco contratto dalla nausea, il cuore veloce, il respiro mancante e una convinzione chiara e spietata: sto morendo.
Piangevo, ma non ricordo bene perché. Ero sul pavimento del bagno e qualcuno mi parlava, ma non ricordo bene tutte le parole. Se provavano a toccarmi gridavo, perché nessuno che sente di star morendo vuole contatti ravvicinati con qualcosa di troppo vivo; rischierebbe di rendere la separazione dal vivo ancora più dolorosa.
O almeno questo è ciò che ho pensato.
Poi è arrivata l’ambulanza. Erano in tre: due uomini e una ragazza.
Vedevo tutto, ma da una lente lontana.
La ragazza mi ha chiesto quanti anni avessi.
«Ventisei», ho risposto.
“Mille. Forse troppi”, ho pensato.
Ha fatto uscire tutti dal bagno e mi ha chiesto se potesse misurarmi la pressione. Ho capito subito cosa stesse cercando, una qualche ammissione di fine calcolata, forse un flacone di pasticche. Ma no, io ad ammazzarmi non ci ho nemmeno pensato. Il suicidio è per chi vuole porre fine pacificamente per sé e disperatamente per gli altri a una battaglia che non ha vittorie. Io non me n’ero nemmeno accorta di essere ripiombata sul campo di battaglia.
Così mi hanno portato all’ospedale in ambulanza.
Che il lastricato di Roma faccia schifo è un concetto amplificato, sulle ambulanze, e mi ricordo di aver pensato che se avessi avuto bisogno di un defibrillatore sarei sicuramente morta: le buche di Roma rendono difficile defibrillare vista la loro incalcolabile frequenza.
La ragazza intanto ha continuato a parlarmi, probabilmente per tenermi sveglia. Mi faceva domande del caz*o, ma in maniera gentile. Ho scoperto studiasse alla Sapienza e che ci accomunasse lo schifo per l’Ateneo.
«Ti fa passare la voglia di provare a dare esami», ha detto.
Concordavo, ma non ho espresso granché il mio disappunto. Ho mentalmente mandato a ‘fan*ulo il Magnifico Rettore, però. Se non altro perché non si accorge di quanti mentecatti ci siano nella sua Magnifica Prima Università di Roma. Sopporto molto più facilmente la cattiveria della mediocrità, chissà perché.
«Perché sei così triste, Eleonora?», mi ha chiesto in seguito la ragazza sull’ambulanza.
«Non sono triste», ho risposto. «Sono esausta».
Continuavo a piangere perché ero esausta. Non c’era granché spazio per la tristezza in quell’abitacolo bianco e pieno di tubi. Quando sono arrivata all’ospedale mi hanno fatta scendere e condotta nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso, raccomandandomi di stare seduta e attendere. A ‘fan*ulo ci mandavo gli altri, avrei voluto dire, mica ci volevo andare io.
“Attendere che?”, ho pensato. “C’è la vita qua che scorre.”
Le attese non sono mai state il mio forte, ma in quel frangente ho atteso benissimo; non me ne fregava più nulla di nulla. C’erano infermieri che andavano e venivano, una signora accartocciata su se stessa per forti crampi addominali, una più anziana che correva sul posto gridando di volere il bagno, il figlio che attendeva il padre anziano perché la partita della Roma la sera precedente lo aveva eccitato troppo – ho poi compreso fosse della Lazio – e una serie di barelle e lettini, di gente ferita o incosciente, di medici e familiari preoccupati.
Non sentivo nulla: né preoccupazione né partecipazione. Il dolore degli altri non mi arrivava e il mio era seppellito chissà dove. Stavo lì, e attendevo. Strano ma vero.
La testa vuota e uno strano ronzio nelle orecchie.
Ricordo di aver pensato e ripensato a quanto fossi stanca.
Stanca di non sentirmi all’altezza, stanca di questo corpo, stanca di essere qui, così invisibile, di essere usata, amata a rate, di essere la figlia che non dà problemi perché in fondo non esiste, di essere l’amica perfetta, la studentessa sorridente, la sognatrice un po’ troppo distratta che perde spesso le fermate del tram. Ricordo di aver pensato con un pizzico di rimpianto di non aver mai preso un caffè con Lino Guanciale, che è il mio attore italiano preferito perché sa interpretare alla perfezione personaggi fondamentalmente buoni ma con un pizzico di perfidia, dimostrandoti quindi che non esistono assoluti, ma solo umanità variegata. Poi ricordo di essermi resa conto dell’assurdità di questo pensiero: primo perché non ho mai conosciuto Lino Guanciale, secondo perché figurati se Lino Guanciale prenderebbe mai un caffè con una come me, incasinata, forse pure un po’ matta e di certo nemmeno figa, anche qualora mi conoscesse.
In seguito ho pensato a quanto quei rumori metallici dopo un po’ sembrassero acquisire un proprio ritmo, a Martina Attili e alla sua Cherofobia, trovando drammaticamente divertente che lei avesse paura di essere felice mentre io ero stanca di non riuscirci mai. Le ho augurato di diventare famosa e poi sono tornata alla mia attesa. Ho pensato a tutte le occasioni perse, ho pensato a quest’assurda timidezza che nascondo parlando tanto, ho pensato di aver amato poche volte, e forse male, di aver fatto meno sesso di quanto le foto da mezza zocc*la sul mio account Instagram suggeriscano a chiunque e poi ho ribadito a me stessa di non credere veramente nell’esistenza delle zocc*ole, ma solo in quella delle donne. Infine ho immaginato che Dio la donna l’abbia creata per credere anche Lui in qualcosa di impossibile o superiore.
Poi è arrivata una tizia, che ho successivamente scoperto essere la psichiatra di turno con una certa sorpresa. Con una certa sorpresa perché onestamente mi è sembrato avesse più problemi lei di me a primo impatto. Non fosse per quell’enorme portachiavi peloso attaccato a un mazzo: mi hanno sempre fatto cagare quegli affari che imitano chissà quale bestiola piena di peli e con colori sgargianti usati come portachiavi.
Mi si è seduta vicino e mi ha chiesto come mi sentissi.
«La vita mi fa schifo», ho detto.
«Perché?», ha chiesto.
«È lunga da spiegare. Sono stanca».
«Segui una qualche terapia?»
«Ho un’ottima psicoterapeuta, ma la vedo poco perché i miei credono che gli psicoterapeuti siano tutti una manica di stro*zi».
«E tu cosa credi?»
«Che siano stron*i loro, ma voglio bene ai miei genitori. Solo che mi sono rotta le palle di stare qui».
«Vuoi andare a casa?»
«No, solo via. Scomparire».
«Come ti chiami?»
«Eleonora».
«Ascoltami, Eleonora, io vorrei tenerti qualche giorno qui».
«Ha paura che mi ammazzi, vero? Non mi voglio ammazzare. Cioè, se qualcuno mi sparasse in fronte gliene sarei grata, ma non voglio spararmi in fronte io. Capisce?»
«Okay, però se mi dici che la vita ti fa schifo qualche dubbio mi viene».
«Lei non mi conosce, è naturale che non si fidi. Ma non importa, non mi ammazzo, glielo giuro. Sono stanca».
Stanca di vivere sempre tra le macerie, tra le briciole o le pause di tempo degli altri, di non essere vista o di essere usata o tradita o data per scontata, di non riuscire a godere dei miei traguardi, di avere sempre qualcuno pronto a giudicare alle spalle, di dover sempre sostenere tutto e tutti, di non riuscire a capire cosa voglio, di non innamorarmi da troppo tempo, di non desiderare qualcuno in particolare, di vivere di progetti senza riuscire a condividerli come vorrei.
Di essere visibile tra gli invisibili, quelli che si amalgamano meglio degli altri.
La dottoressa deve aver capito, e lì io ho capito che per quanto strana deve essere brava nel proprio mestiere. È rimasta lì con me per un po’, abbiamo parlato, io con le infradito ai piedi e una felpa full size Slytherin sopra i pantaloni del pigiama e lei con il suo portachiavi un po’ ridicolo.
Diagnosi: depressione.
Tempo di recupero: non ci è dato sapere.
Cura: benzodiazepine, antidepressivi. E forse un caffè con Lino Guanciale.
«Verrai domani?», mi ha chiesto.
«Verrò».
Per un attimo è sembrato uno di quei dialoghi da romanzo, ma generalmente nei romanzi la felicità te la narrano, non cercano di prescrivertela.
Comunque in visita ci sono andata.
Dovrò lottare, ha detto la dottoressa.
Facile, ho pensato, lo faccio da tutta la vita.
Sono malata, ma non pensate lo sia.
Sono malata, ma non è colpa mia.
Non posso promettere di guarire, ma posso promettere di volerci provare.”
 

Non è stato facile scrivere della mia ricaduta. Non è mai facile scrivere pubblicamente delle proprie battaglie o della propria malattia; eppure, in un certo senso, è stato liberatorio: via la patina di perfezione tipicamente social, spazio alla pura umanità.
Le persone soffrono, e così anche gli scrittori o gli aspiranti tali. Si tende a dare spesso un senso poetico e sublime alla sofferenza, ma la sofferenza fa schifo, quando la vivi, la sofferenza ti schiaccia.
Ora sto provando a rialzarmi, e ammetto che concentrarmi sul libro e sul lavoro mi aiuta a tenermi in equilibrio senza però tentare di vivere come un saltimbanco.
Insomma, ci sto provando. Proprio come avevo scritto.
E volevo che questo tentativo lasciasse un segno, almeno qui.

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